Psicologia Clinica Perinatale per lo sviluppo del futuro individuo: un uomo transgenerazionale

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Express Edizioni, 2011, Torino, vol. pp 267
Imbasciati, Antonio - Dabrassi, Francesca - Cena, Loredana

In questi ultimi trent’anni le ricerche della Psicologia dello Sviluppo (in particolare l’Infant Research), della Psicologia Clinica, della Psicoanalisi, della Neuropsichiatria Infantile e delle Neuroscienze hanno evidenziato una convergenza nel dimostrare come i primissimi tempi della vita siano decisivi per la strutturazione della mente, nonché del cervello stesso, e come tale strutturazione sia la base condizionante per ogni ulteriore apprendimento e pertanto di ogni ulteriore strutturazione neuropsichica, funzionale e mnestica. Di qui un sempre crescente sviluppo di ricerche, da vari vertici condotte, sulle condizioni che determinano la qualità individuale della struttura neuromentale di base. Quanto fino a qualche decade addietro era creduto maturazione neurologica «naturale», si è rivelato invece frutto di esperienze individuali, mediate dal tipo, o meglio dalle qualità delle relazioni in cui si è trovato il feto, il neonato, il bimbo. Nessuno ha pertanto un cervello eguale a quello di un altro, nessuno una mente come quella di un’altra persona. Gli studi succitati convergono nell’aver dimostrato come tale «strutturazione relazionale» dipenda dalla madre, dai caregiver, dalla struttura emotiva della loro mente (cervello emotivo) nelle condizioni in cui accudiscono al bimbo. Di qui la massima attenzione a come tutte le interazioni perinatali possano strutturare al meglio il futuro individuo, oppure mettere a rischio di patologia ogni suo ulteriore sviluppo, fino all’età adulta.
La psicoanalisi aveva anticipato, fin dai tempi delle scoperte kleiniane e poi soprattutto con le ricerche della Harris e della Bick negli anni sessanta, l’intuizione clinica di quanto rilevante fosse lo sviluppo psichico delle epoche perinatali agli effetti di ogni successivo sviluppo della mente dell’individuo, e ciò non solo nei riguardi di eventuali patologie, ma anche e soprattutto nei confronti del tipo e della qualità della struttura psichica che si verrà a formare, dell’intera personalità nei suoi vari aspetti, affettivi e cognitivi, caratteriali e comportamentali.
I rilievi clinici degli psicoanalisti ebbero grande e originale sviluppo, a cominciare dagli anni settanta, con l’opera di John Bowlby, psicoanalista egli stesso, che ebbe il grande merito di coniugare l’osservazione clinica con l’approccio sperimentale: le Scuole derivate direttamente o indirettamente da Bowlby si sono moltiplicate, incrociandosi con il vertice cognitivo comportamentale e con i vari filoni dell’intera Psicologia Evolutiva; nonché, ultimamente, con le neuroscienze.
Fini metodologie hanno scoperto la natura e la qualità dei primi apprendimenti umani, fetali, perinatali, neonatali e del primo anno di vita, e come tali apprendimenti siano condizionanti, quasi determinanti ogni successivo sviluppo neuromentale: ma soprattutto si è scoperto come questi apprendimenti non siano affatto automatici o «naturali», ma modulati dalle persone, in primis dalla madre, che si occupano del bambino. La loro interiore e inconscia disposizione affettiva e caratteriale e la loro stessa struttura mentale strutturano una specifica e individuale relazione con il singolo bimbo, che non solo veicola, ma condiziona i di lui apprendimenti. Si è scoperto in altri termini quanto il concetto di relazione, specificato nei suoi aspetti prima sconosciuti, sia determinante per la qualità degli apprendimenti e come questi costruiscano le strutture neurologiche del cervello del bimbo: queste a loro volta condizioneranno ogni futuro sviluppo, anche fisico, e psicosomatico, ma soprattutto psichico, del futuro individuo.
Tale concetto di «costruzione» è stato confermato ed evidenziato dalle neuroscienze: quanto fino a qualche decade fa era considerato una naturale maturazione neurologica, dovuta al patrimonio genico, individuale e della specie, si è invece rivelato costruzione di reti neurali che dipendono da quanto viene appreso nelle relazioni primarie. La biologia cerebrale non è indipendente dall’esperienza che l’individuo attraversa, e tale esperienza non consiste nelle condizioni esterne in cui si è allevato il bimbo, ma da come la relazione con cui i caregivers le fa apprendere, ovvero le trasforma, modulate da un dialogo affettivo: l’affettività è la prima fonte della cognizione, al di fuori di qualsiasi consapevolezza.
In tale contesto sono le azioni, o meglio le interazioni, che avvengono sempre e comunque tra madre e bimbo in ogni forma di accudimento, che veicolano altrettanti messaggi: la struttura affettiva della madre li modula e così modulati vengono appresi. Le relazioni modulano sempre ciò che l’individuo «impara» e l’imparare sempre corrisponde a strutturazioni e ristrutturazioni neurali: queste sono di enorme rilevanza nelle prime epoche della vita, ma comunque avvengono sempre, in misura decrescente in ogni epoca della vita dell’uomo, in tutte le sue relazioni. Nessun individuo avrà mai un cervello uguale a quello di un altro, perché nessuno potrà mai avere la stessa esperienza nelle medesime relazioni.
Né individuo alcuno, potrà mai avere una mente uguale a quella di un altro: il termine mente (mind) oggi lo si intende in senso molto ampio, comprendendovi ogni manifestazione comportamentale dell’individuo, intenzionale o non che sia, consapevole o inconscia, e ciò che è stato in passato chiamato, non solo intelligenza e pensiero, ma anche affettività, carattere, temperamento e via dicendo ogni attività, manifesta o no, dell’essere umano. Anzi, è proprio ciò che fu chiamato affettività che è la manifestazione più importante del cervello: il «cervello emotivo», che occupa la maggior parte dell’encefalo e regola le stesse capacità cognitive, in un lavoro continuo, silenzioso, inconsapevole. Il cervello regola lo stesso sviluppo fisico, nell’equilibrio psicosomatico.
L’importanza della relazione per la costruzione di ogni futuro individuo ha portato l’accento, in questi ultimi anni, su quanto in ogni specifica relazione si trasmetta da un individuo all’altro e in particolare su quanto nelle epoche perinatali possa passare dalla struttura neuromentale del caregiver a quella costruenda del bimbo. Ovvero le ricerche vertono sulla transgenerazionalità delle strutture neuromentali, e pertanto su una transgenerazionalità di un patrimonio «mentale».
Poiché tutto ciò passa nella Relazione, è questa che viene oggi studiata: non è infatti affatto detto che le relazioni trasmettano qualcosa di uguale per tutti, né che trasmettano ciò che si vorrebbe, né che trasmettano elementi positivi. Se nella struttura neuromentale dei caregivers vi sono difetti, patologie o comunque disfunzionalità, anche occulte, queste si possono trasmettere, condizionando negativamente la costruenda struttura del futuro individuo. Parimenti, se le relazioni sono disturbate o impedite, l’esperienza, gli apprendimenti e la struttura neuromentale dell’individuo ne risentiranno negativamente: si pensi a tutte le circostanze che possono ostacolare, disturbare, interferire nella cura che una madre (o comunque un caregiver) può avere col bimbo; si pensi agli stress, alle disgrazie, ai dissidi familiari o più semplicemente al lavoro, che spesso obbliga madri e padri a rimediare in qualche modo all’accudimento del bimbo. L’accudimento veicola nelle interazioni la trasmissione transgenerazionale di cui stiamo parlando, nel bene come purtroppo e più spesso nel male. È in particolare l’elemento detto «affettività» che modula i messaggi inconsapevoli che strutturano le basi mentali del bimbo: ogni turbamento della vita affettiva del caregiver può ripercuotersi sul bimbo.
Negli ultimi trent’anni i costumi e le condizioni sociali che concercnono la struttura familiare sono profondamente cambiate, in particolare nei confronti delle condizioni della donna e dell’accudimento, allevamento, educazione dei piccoli. La qualità delle relazioni strutturanti la mente del bimbo sono di conseguenza cambiate, quasi sempre restringendo gli spazi relazionali e ancor più la disponibilità emotiva dei caregiver. Ci si domanda pertanto come cambierà la struttura neuromentale dei futuri individui.
Da qui un’attenzione, di portata sociologica antropologica e futurologica, a come l’andamento della nostra civiltà, sia nei costumi che nelle modificate strutture di personalità, possa portare a future generazioni: migliori oppure peggio strutturate. Di qui un’attenzione a una possibile, ancorché non facile da attuarsi, assistenza, preventiva, a tutte le famiglie.
Il presente testo, riassumendo i principali filoni delle ricerche sullo sviluppo perinatale, pone particolarmente accento sugli interrogativi transgenerazionali che possono attenderci e su come si possa e debba prevenire con adeguate forme di assistenza un eventuale deterioramento delle generazioni future. Questo libro può pertanto interessare non solo studiosi e studenti delle differenti scienze psicologiche, neuropsichiatri e psicoanalisti infantili, medici, educatori, ma anche chiunque abbia a cuore il futuro dell’umanità.