Storie del nonno per chi vuol farsi ascoltare dai bimbi

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Espress edizioni, 2012, Torino, vol. pp 95
Imbasciati Antonio

Molto tempo fa raccontavo ai miei bambini, e ad altri bimbetti coetanei loro amici, le favole che avevo inventato, e che poi da vecchio ho scritto, e altre che ho dimenticato. Le avevo inventate sulla base delle curiosità infantili e delle domande, talora definite imbarazzanti, che i bimbi, dai tre agli otto anni, rivolgono ai loro genitori, e che questi talora eludono, non sapendo bene cosa sia meglio rispondere: domande sulle funzioni del corpo, su come si nasce, soprattutto, su come si fanno i bambini, sul sesso proprio e altrui, su cosa fanno papà e mamma tra di loro e via dicendo. O anche domande sull’interno del corpo, proprio e altrui, sulle funzioni escretorie, ed altre, semplici e al contempo complesse, per le quali i genitori spesso trascurano l’importanza di una spiegazione adeguata, non tanto per chiarezza, quanto piuttosto per appropriatezza al contesto affettivo in cui il bimbo si decide a fare domande.
Non pensano i genitori, di solito, a quante fantasie inespresse si agitino dietro le più ingenue domande. Si tratta di fantasie non coscienti, decisive per lo sviluppo psichico futuro del bimbo, nel bene così come verso la patologia, come gli studi clinici hanno oggi dimostrato e come già la psicoanalisi aveva intuito esplorando lo sviluppo psicosessuale e le sue connessioni con lo sviluppo cognitivo.
Me le avevano rivolte, domande di questo tipo, i miei tre figli, o talora le avevo intuite con l’occhio professionale osservando i loro giochi, o qualche lieve variazione delle loro funzioni corporee. D’altra parte molti amici mi chiedevano cosa si “doveva” dire alle domande “imbarazzanti”.
Poiché non esistono le risposte “giuste”, per ogni domanda, né domande che al di là delle parole significhino per tutti i bimbi le stesse cose, dannoso si ritiene, a livello scientifico, dare “consigli”. Avevo così pensato, or son molti anni, che si potessero inventare alcune storie, che evitassero sia domande che risposte dirette, e che potessero invece rappresentare in forma simbolica i problemi che si dipanano nella fantasia dei bimbi.
Un racconto simbolico, o allegorico, avrebbe potuto offrire, sotto forme fruibili a tutti, ad ognuno una chiave personale con cui poter elaborare, al di sotto della consapevolezza, i propri personali problemi emotivi. Si possono in tal modo prevenire le domande cui spesso si danno risposte precostituite, che possono forzare la segreta intimità di ognuno e bloccare nei bimbi sia la loro esplorazione dei fatti della vita, sia soprattutto le loro relazioni con gli adulti.
Avevo così inventato, in vacanza per lo più, al mare, potendo stare molto tempo coi bambini, alcune storie, e le raccontavo a loro sulla spiaggia. Spesso si formava intorno a me un crocchio di cinque o sei bimbetti e bimbe, dai tre agli otto anni, che mi ascoltavano con gli occhi sgranati. Alcune di queste storie interessavano di più i maschi, altre invece le bimbe, ma tutti maschi e femmine si mostravano molto interessati a tutte quante le mie storie.
Non le inventai tutte in una volta, ma man mano, guardando negli occhi di questi bimbi l’eco delle loro fantasie: le fantasie, e i fantasmi, della vita, della crescita, dei segreti degli adulti. Così modellai differentemente certi prototipi di storie: la mia competenza professionale mi aiutava a calibrare l’immaginario che andavo raccontando, sull’età, sul sesso e su quello che sapevo dello sviluppo dell’inconscio infantile.
Sono passati quasi quarant’anni e ho provato a raccontarle ai nipoti. È stato tutt’altro che facile. Cosa è cambiato?
Non è facile che i bimbi di oggi ti stiano ad ascoltare. Sembrano lontani dal clima affettivo che implica il piacere di un bimbo di stare insieme a un adulto: in quella relazione, intima e pur dispari, di crescita, che tutte le ricerche di psicologia, a cominciare da quelle sull’Attaccamento, hanno dimostrato essere essenziali nel fondare le strutture neuropsichiche di base, sulle quali l’individuo poi si costruirà.
Sono cambiati i bimbi o i genitori? Il loro rapporto, credo, in epoca primaria. Molti genitori non hanno potuto in epoca perinatale stabilire un’adeguata relazione, con un adeguato dialogo, non verbale, di crescita per i loro bimbi: questo può nei bimbi aver occluso la possibilità di sentirne il bisogno. Bisogno sembrano sentirlo molti genitori, ma molto più tardi, quando si accorgono che i figli non riescono ad ascoltarli, e si sentono allora insicuri di poterli tutelare.
Un simile evento appare oggi ricorrente, per molti genitori. Ma non credo esso debba considerarsi generale, né che sia avvenuto irreversibilmente, malgrado la società attuale abbia mortificato e coi ritmi di vita tuttora mortifichi la capacità di applicare la propria sensibilità genitoriale. Se l’adulto ha la possibilità interiore di riconquistarsela ed ha la possibilità di metterla in pratica, anche il bimbo viene riconquistato: in tempo, recuperando quanto venne a mancare nei primi due anni di vita, quelli scientificamente dimostratisi silenziosamente fondamentali per ogni ulteriore sviluppo neuropsichico.
I nonni possono vicariare i genitori, ma non completamente, tanto meno se il loro intervento fu marginale nei primi due anni di vita e venne invocato soltanto dopo. Un nonno “normale”, in queste condizioni, non ci riesce. A me nonno, è stata necessaria una competenza speciale, professionale, per far da genitore nelle difficili condizioni che la nostra società ha creato nell’allevamento dei figli. Senza questa competenza un nonno “normale”, pur paziente, credo non ci riuscirebbe, a meno che non ci sia la mediazione e la partecipazione diretta dei genitori. Occorre che siano questi, a riprendere possesso della loro funzione.
Non è però facile. Per questo ho pensato che un particolare tipo di racconto, quali quelli che si configurarono anni fa nella mia fantasia genitoriale, possa ora al genitore disabituato alla relazione carismatica della crescita, ed al bimbo a questa reso disabile, permettere di recuperare il perduto. Ma per raccontare con efficacia queste novelle occorre che il genitore abbia acquisito una certa competenza, oltre che metterci un buon impegno: entrambe le disposizioni, se pur esistono in un genitore, vengono mortificate dalle esigenze economico-lavorative, che impongono di affidare i bimbi piccoli alle istituzioni, asili e scuole.
Ecco allora una prospettiva per il personale preposto a tali istituzioni, scuole materne e scuole elementari: la loro formazione e la loro esperienza dovrebbero aver loro conferito particolari competenze emotivo-relazionali, sì da metterli più in grado di dialogare coi bimbi in una relazione che non sia prescrittiva, ma aiuti i bambini a elaborare gli eventuali loro problemi interiori, con modalità al di sotto della consapevolezza (e di qui ad eventi mentali inconsci) e pertanto a sviluppare quello che gli odierni studi neuropsicofisiologici hanno individuato come intelligenza emotiva.
Le novelle che qui presento potrebbero essere uno strumento utile, allora, non solo o non tanto per i genitori, quanto per tutti gli “educatori” dei bambini dai tre agli otto anni: lo strumento appare semplice, ma la competenza per usarlo non altrettanto. D’altra parte questa può essere ragionevolmente richiesta agli operatori, del resto già adusi a strumenti di questo tipo. Peculiarità delle mie storie potrebbero essere gli argomenti che “toccano” o meglio alludono, a problemi che psicoanalisi e Psicologia Clinica ci hanno detto essere centrali nello sviluppo infantile: per l’allusione, o meglio per la metafora, o l’allegoria, non occorre essere psicoanalisti; né psicologi clinici. Basta che, al di là delle parole che scorrono nel racconto, si possa trasmettere altro messaggio: messaggio emotivo veicolato da una voce che dica di una vicinanza viva, e possibilmente di un contatto, anche corporeo. Al di là delle parole potrà così funzionare il racconto, senza illudersi che basti “leggerlo”: la totale denotazione dell’informazione ne uccide la connotazione, e con questa una vitale trasmissione, effettiva e recepibile, di affetti strutturanti in una memoria inconsapevole, che recuperi ciò che ci era stato essenziale sulla nostra prima infanzia. Un genitore potrebbe allora reimparare ad “ascoltare” i suoi bimbi, e questi il genitore, se il genitore recupererà l’ascolto di sé stesso. Un genitore, se vi si cimenterà efficacemente, avrà stipulato un’assicurazione sul rischio che, bimbo diventato adolescente, ci si trovi a disperare di non riuscire più a fare ciò che si desiderava per il figlio.

Antonio Imbasciati
www.imbasciati.it

Settembre 2010