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Perché non ricordiamo niente dei primi due/tre anni della nostra vita?

10 Febbraio 2022

Ricordare significa che ci viene a mente una qualche immagine, visiva o acustica come per le parole.

Ricordare significa anche riconoscere una qualche altra forma sensoriale conosciuta, un suono particolare, un odore, un sapore, un odore, una sensazione corporea: comunque qualcosa che abbiamo “percepito”.

Ricordiamo che “percezione” è termine che nel linguaggio corrente viene spesso usato in modo generico e improprio, come intuizione o comprensione, ma nel linguaggio scientifico della psicologia indica, come suggerisce il suo etimo (per-capio), un processo mentale preciso che produce un chiaro effetto di coscienza.

Un neonato non percepisce come un adulto

Imparerà gradatamente. Un neonato, o un bimbo di qualche mese, o anche di un anno o due, non ha ancora imparato a percepire bene. La percezione non è una fotografia, ma non è neanche il risultato automatico di quanto i nostri sensori sparsi in tutto il corpo inviano al cervello. Il cervello deve organizzare le miriadi di impulsi bioelettrici che a ogni istante gli vengono inviati da tutti i sensori, in modo da comporre un’immagine che gli significhi di aver percepito qualcosa, e deve imparare gradatamente questo lavoro di composizione.

Un neonato non percepisce come percepirà dopo tre mesi, e un bimbo di tre mesi non percepisce come percepirà a sei, e neppure questi percepisce come percepirà a un anno, e ancora, a due, forse tre.

Ricordare significa dunque il venire in mente di un qualcosa che abbiamo percepito: ma quel che abbiamo percepito nei primi tempi della nostra vita, quando il cervello non ha ancora imparato a organizzare bene le informazioni bioelettriche dei suoi sensori, non ha l’aspetto di una percezione di tipo adulto, così come potrebbe essere se fosse percepita ad un’età più avanzata in un effettivo “ricordo”.

È invece un qualcosa di informe, disordinato, confuso, che non può essere raffigurato, o meglio “configurato” in qualcosa che abbia significato e quindi possa essere riconoscibile: sarà più simile a impressioni disordinate di sogni. Pertanto non potrà essere ricordato, ma ne resterà una qualche traccia nel cervello, che si potrà poi manifestare nei comportamenti affettivi.

Il ricordo è un'operazione del cervello

E comunque va tenuto presente che il ricordo non è la stessa cosa che è nel cervello, ma soltanto un’operazione che il cervello, a seconda del suo funzionamento generale in quel momento, decide di produrre dentro nella nostra mente. Il cervello non è un archivio di filmati, ma l’enorme intrigo (se lo vediamo microscopicamente) delle miriadi delle sue connessioni bioelettriche: le sinapsi o il connectoma, termine introdotto da Sebastian Seung per indicare l’insieme delle connessioni neurali (Sebastian Seung Connectome: How the Brain's Wiring Makes Us Who We Are, 2012)

Suggerimenti

Vedi tutte le pubblicazioni, https://www.imbasciati.it/titoli-di-tutte-le-pubblicazioni/, in particolare n. 383, n. 378 i capitoli 1, 2 e 5; n. 377 i capitoli 1, 2, 3, 7; n. 375 i capitoli 1e 8; articolo n. 372

  • [383] Imbasciati A., Coscienza, inconscio, memoria. Cinque saggi tra psicoanalisi e neuroscienze, Mimesis, Milano 2022
  • [378] Imbasciati A., Cena L., Psicologia Clinica Perinatale baby centered, F. Angeli, Milano 2020
  • [377] Imbasciati A., Bodybrainmind, Mimesis, Milano 2020
  • [375] Imbasciati A., Una vita “con” la psicoanalisi: la costruzione del cervello e il futuro dell’umanità, Mimesis, Milano, vol. pp. 338
  • [372] Imbasciati A., Inconscio e coscienza della memoria. Un contributo dalle Neuroscienze, Psicoterapia e scienze umane, 2018, 52, 4, 563-586

[ Articolo modificato il 01/09/2022 ]