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Lockdownite: nuova parola per una “nuova” malattia?

12 Dicembre 2021

Ecco una nuova parola: lockdownite. Sembra una malattia e in realtà oggi molti ne soffrono, alcuni gravemente, ma quasi tutti, sia che si accorgano di soffrirne, sia che non se ne accorgano, sono convinti che si tratti di una reazione emotiva che si possa sopportare e controllare.

In questo ultimo anno sono circolate sui canali dedicati ai medici, psichiatri e pediatri soprattutto, agli psicologi, ai pedagogisti e ai responsabili dell’Istruzione, notizie autorevoli di studi scientifici che hanno riscontrato un aumento, eccezionale rispetto agli anni precedenti, delle malattie mentali, soprattutto nelle forme meno clamorose, dei suicidi e ancor più di disagi psichici di varia forma, evidenti nei minori.

Queste ricerche scientifiche esprimono una crescente preoccupazione circa il futuro della salute mentale pubblica: i rilievi riscontrati vengono infatti riferiti alle misure sanitarie di isolamento che sono state ritenute necessarie per contenere la diffusione del Covid, con le restrizioni dei contatti sociali di carattere interpersonale e la generalizzazione della comunicazione a distanza.

Queste misure, prese in quasi tutti i paesi del mondo, hanno generato uno stile di vita che si prospetta irreversibile al di là della minaccia sanitaria e che induce modificazioni nello sviluppo del cervello di molti individui.

Dunque il lockdown, accanto alle conseguenze economiche, comporta una insidiosa sindrome psicosociale, equiparabile a una nuova malattia. Può essere pertanto utile, per una miglior coscienza di fronte a prevedibili prospettive, proporre, per questa “epidemia” il termine di lockdownite. Il futuro che ci si prospetta non è trascurabile, per tutte le conseguenze a catena che si possono produrre nella nostra civiltà.

La lockdawnite sembra funzionare come una malattia, e in realtà tutti oggi ne sono contagiati, mentre molti ne soffrono in maniera leggera, o forse ne soffrono senza accorgersene, convinti che si tratti di una reazione emotiva, che, “in quanto tale”, si possa sopportare e controllare.

È questo un atavico pregiudizio della nostra tradizione filosofico-religiosa. Il nostro uomo contemporaneo, malgrado sia ancora chiamato Homo Sapiens, non è in realtà molto sapiente, perché non ne vuol sapere di quanto la scienza abbia oggi dimostrato che le emozioni e gli affetti e i sentimenti, si formano dentro di noi indipendentemente dalla nostra volontà, e con questa comunque non si possono eliminare, ma solo nasconderseli.

E che sono proprio le emozioni nascoste, gli affetti e i sentimenti, che sono anch’essi dentro il nostro cervello né più né meno di tutti i nostri pensieri, che governano il nostro corpo ed anche la nostra mente. Non si possono “scacciare i cattivi pensieri”, come invece i pregiudizi della nostra tradizione ci hanno inculcato.

E allora il “libero arbitrio”? Le neuroscienze lo stanno indagando: quel che per ora sappiamo è che questa nostra supposta funzione mentale non è come ce l’hanno dipinta. I pregiudizi sono tanti, e tenaci.

Suggerimenti

I testi n. 378 (capp.1, 2, 3, 4); n. 377 (capp.1, 2, 3, 6, 7); n.375 (capp. 4, 5, 6) alla pagina: Titoli di tutte le pubblicazioni di Antonio Imbasciati