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Coscienza, inconscio, memoria. Cinque saggi tra psicoanalisi e neuroscienze.

Autore/i capitolo: Imbasciati A.

L’inconscio viene considerato l’oggetto di indagine specifico della psicoanalisi: ma questo “inconscio” è stato scoperto, individuato e descritto servendosi della nostra coscienza, come per tutte le indagini scientifiche, senza che sia stato indagato adeguatamente in che cosa tale “strumento-coscienza” consista e come funzioni. Dall’opera di Freud, d’altra parte, è derivata l’idea pregnante che “la coscienza” sia fallace. Si impone pertanto la necessità che in psicoanalisi si consideri adeguatamente lo studio di questa “coscienza”, che si usa per scoprire l’inconscio.

 L’A. ne propone chiarimenti nel quadro della costruzione del cervello dalle esperienze individuali. Nessuno ha un cervello uguale a quello di un altro: questo aiuta a dirimere un’ambiguità spesso implicita nella cultura psicoanalitica corrente. Il termine “coscienza” viene infatti usato, sia per sottintendere la capacità intrinseca insita nell’homo sapiens e pertanto al di sopra di ogni indagine sul suo valore, sia ciò che nel singolo essere umano risulta come sua individuale capacità di coscienza verso la propria mente (coscienza riflessiva). Di questa si considerano le differenti capacità individuali in base alle esperienze di quell’individuo, mentre nella prima non indaga se sia anch’essa variabile, e a che cosa questa variabilità possa essere imputata.

Un “apprendere dall’esperienza”, che dalla letteratura psicoanalitica è stato descritto sul piano della soggettività nella relazione analista-analizzando, viene dall’A. confrontato con il differente “apprendere del cervello”: la costruzione progressiva di reti neurali che determinano le funzionalità del cervello di un determinato individuo, a cominciare dal feto. Il cervello funziona attraverso le reti neurali che vi si sono costruite. Ogni esperienza del soggetto ne produce, modificando le precedenti e da queste viene peraltro condizionata la formazione delle reti successive. Questo accentua le differenze individuali di ogni cervello. L’esperienza che fa un cervello è dunque la traccia che resta in memoria in questo cervello: questo non è omologabile alle esperienze obbiettive che fa il soggetto interessato, coscientemente o no: il piano neurale non è omomorfo con ciò che succede nella soggettività, come si crede nella cultura popolare.

Questo apprendimento del cervello consiste in processi biologici che producono formazione di nuove reti neurali e rimodulazione delle precedenti, e pertanto nuove funzionalità. Tale apprendimento dipende da ciò che le incipienti capacita di quel cervello possono organizzare elaborando le afferenze dal corpo: del feto, poi neonato e bimbo. Una percezione, in senso proprio, sopravviene gradatamente come organizzazione che un cervello è in grado di effettuare sulle afferenze dai sensori corporei ed è progressiva rispetto alla capacità di rappresentare la realtà del modo esterno, in funzione dell’adattamento.

Un neonato non percepisce come un bimbo di un paio di mesi, e questo stesso bimbo non percepisce le stesse cose come le percepirà a sei mesi, tantomeno come le percepirà a un anno, o più grandicello o da adulto. L’organizzazione che un cervello dà alle afferenze per costituire una qualche percezione, come tale in quel momento riconoscibile, dipende da una progressiva capacita di quel cervello di imparare, cioè metter in memoria, progressive capacita di organizzare le afferenze: finché si giunge a quella organizzazione, più stabile, che costituisce il tipo di percezione dell’adulto.

Si delinea in tal modo la progressione di quanto elaborato dal cervello come un suo apprendimento e messa in memoria sotto la forma biologica di nuove reti neurali, nonché di modifica delle precedenti, in una progressiva differenza tra la mente e il cervello, cioè tra il piano che appare o comunque è rilevabile nella soggettività, e ciò che è messo in memoria nel cervello. I due piani non sono omomorfi, come si continua a credere nella nostra cultura. Inoltre quanto viene messo in memoria volta a volta nel cervello dipende dalla percezione: questa nel neonato è tutt’altro che rappresentativa di una realtà, efficace, cioè per l’adattamento. Tuttavia sembra che tracce primitive permangano in memoria, al di là di tracce più organizzate come quelle che contrassegnano la crescita: queste tracce non sono però rappresentabili in un qualche ricordo.

Questa progressiva messa in memoria dell’esito neurale delle progressive capacità percettive del cervello spiega le conferme che l’infant observation e la clinica psicoanalitica madre-bambino hanno descritto su come gli eventi della prima e primissima infanzia, condizionando l’esito delle esperienze successive, si ritrovi sotto trasformate forme nel carattere e nella struttura affettiva di quell’adulto. Ma non sono ricordabili: sarebbero insiemi indecifrabili per le capacita di coscienza ricordabile di un adulto, insiemi informi e confusi. Di qui la cosiddetta amnesia infantile.

Sono le tracce di quanto intercorse nel corpo e nel cervello di quel neonato e infante con la sua mamma: tracce di affetti, ma non rappresentabili come tali, in quanto sono intercorsi, ma non sentiti, da una qualche coscienza. Potrebbero forse essere paragonati a certi stati di sogno senza immagine alcuna, indefiniti e confusi,

In questo quadro l’A. sottolinea l’importanza della traccia delle prime esperienze di quanto denominiamo “affetti” come fondante il destino della struttura neurale che si costruirà, e che condizionerà l’elaborazione e l’assimilazione di ogni successiva esperienza. Queste tracce sono originate nel cervello da afferenze soprattutto tattili, termiche, olfattive e comunque di origine endocorporea e intercorporea non ancora organizzate percettivamente. Sono pertanto irrappresentabili per la coscienza quale si svilupperà in tempi successivi: quel che percepì un neonato o un infante non è configurabile per noi adulti, e per questo non può essere ricordato. E’ questa la genesi della cosiddetta amnesia infantile: una memoria non ricordabile, che implica necessariamente una netta differenza tra memoria e quanto possa essere un “ricordo”.

Nel quadro che viene tratteggiato l’A. sottolinea la difficolta degli analisti nel considerare in che cosa consiste il rapporto mente-cervello, ed auspica un loro più adeguato interesse per un’integrazione tra psicoanalisi e neuroscienze, tra la soggettività, distorta molto spesso da atavici pregiudizi culturali e la realtà del corpo, cervello, rispetto alla mente: il “Bodybrainmind”.

Antonio Imbasciati, 9 maggio 2022

INDICE

Presentazione

Cap.1
L’unitarietà corpo-cervello-mente: psicosomatica o bodybrainmind?
Mente e cervello
Imparare a percepire
Come impara il neonato

Cap.2
Inconscio e coscienza tra psicoanalisi e neuroscienze
Teorie per spiegare
Cos’è mai questa coscienza?
Le reti neurali
Difficoltà degli analisti nei confronti delle neuroscienze
L’inconscio è memoria

Cap.3
Gli affetti e la memoria non ricordabile
Perché non si ricorda
Il pregiudizio memoria=ricordo
Il cervello è la memoria
Memoria e incomunicabilità dell’eventuale ricordo

Cap.4
La costruzione del Bodybrainmind
Il concetto di mente e i nostri pregiudizi
Come si costruisce una mente, ovvero cosa succede quando si impara
Cosa succede nel cervello quando si impara

Cap.5
Il pregiudizio: i giochi della coscienza
I pregiudizi degli umani sulla “mente”
La mia mente è ciò che mi mostra la mia coscienza
La questione del libero arbitrio
Gli affetti
La mente normale: in un cervello normale?
E’ l’esperienza che costruisce un cervello. Esperienza del cervello, non esperienza della persona
La percezione
La Memoria