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Il neonato percepisce?

16 Giugno 2022

Si crede approssimativamente che il neonato possa percepire, ma che non "capisca" quello che "vede".

Percezione, nel senso proprio del termine, si riferisce al fatto per cui noi -adulti- acquisiamo immagini di tipo sensoriale, tali da permetterci di orientarci efficacemente nella realtà.

L’informazione che proviene dai sensori sparsi in tutto il corpo, consiste in un flusso continuo e variabile di miriadi di segnali biochimici e bioelettrici, che non costituiscono percezione. Il cervello deve imparare a leggere in questo flusso confuso, individuandovi insiemi riconoscibili e significativi della necessità di una regolazione, nel corpo e del corpo rispetto all’ambiente, che gli assicuri il migliore adattamento in funzione della sopravvivenza.

La mera afferenza delle informazioni fisico-chimiche, continue, varie e mutevoli, deve essere organizzata affinché il cervello possa riconoscervi volta a volta quegli insiemi per ciascuno dei quali si debba effettuare un complementare cambiamento di regolazione (spesso una condotta) al fine di assicurarsi la vita al meglio.

Questo comporta la trasformazione e il passaggio da una confusa recezione ad una organizzazione, del cervello, per la quale siano individuabili gli insiemi significativi di necessità vitali: ovvero percezioni. Ciò avviene nella misura in cui nella rete neurale il cervello, nelle sue varie stazioni, ha imparato o meglio sta imparando a riconoscere insiemi di recezioni caratteristici nella necessità di una regolazione vitale.

Nella cultura popolare si confonde l’afferenza neurale di una recezione -variazioni fisico-chimiche- da parte di dispositivi biologici che fungono come sensori, con una percezione.

Tutte le variazioni fisicochimiche esterne e interne al corpo vengono segnalate, nella rete neurale, e afferiscono al cervello: vengono dette afferenze e di per sé non costituiscono eventi che possano dare origine a fenomeni nella soggettività umana. Tali variazioni devono essere organizzate in insiemi riconoscibili, affinché l’essere vivente possa di conseguenza mettere in atto specifici comportamenti adattativi, rispetto a quanto viene riconosciuto come necessario alla sopravvivenza.

Man mano che dagli animali si sale la scala zoologica, compare un progressivo dispiegarsi degli eventi neurali che danno origine ad un qualche grado di coscienza. Ma anche negli animali la percezione è il risultato del lavoro di un cervello.

Nell’uomo il livello di coscienza permette di parlare di una percezione piena, nella soggettività introspettiva: tale processo viene imparato progressivamente dal cervello del feto-neonato e poi del bimbo nei suoi primi due-tre anni di vita.

La percezione è dunque il risultato di un lavoro del cervello, che organizza le miriadi di afferenze provenienti dalle miriadi di sensori disseminati in tutte le parti del corpo, esterne e interne, in modo che possa risultare un quantum, minimo e poi progressivo, di insiemi che possano essere riconosciuti in funzione di un adattamento vitale.

Questo principio, generale di tutta la materia vivente, negli animali si sviluppa in una progressiva capacità di riconoscere le configurazioni più idonee a comportarsi in modo da adattarsi nel miglior modo possibile alle situazioni ambientali: tali capacità aumentano in funzione delle possibilità derivanti da un cervello sempre più complesso e dal fatto che questo possa disporre "vari gradi" di quella funzionalità che si chiama coscienza.

Il cervello impara a riconoscere

Di solito si pensa che le immagini, cioè quello che viene riconosciuto, siano di carattere visivo e acustico e ettive, di spazio temporalesiano corredate di una coscienza piena, con la quale possiamo eventualmente ricordarle. Ma si formano, con minor livelo di coscienza, anche immagini olfattive, gustative, termiche , di contatto corporeo, enterocettive, spaziotemporali, propriocettive, più o meno definibili, mescolate, composte e ricomposte tra di loro, riconoscibili volta a volta, secondo l'occasione nel comportamento, ma senza coscienza, né possibilità di ricordare, nel loro mutevole trascorrere.

Questo tipo di riconoscimento, occasionale, mutevole e tuttavia incisivo nel cervello è alla base di quanto viene denominato comunicazione affettiva; inconscia per tutti i vari suoi protagonisti.

A cominciare dal feto e dal neonato, il cervello impara a riconoscere insiemi sempre più complessi, che assumono gradatamente la configurazione che potrà sempre più assomigliare a una “percezione”, quale appare nella soggettività dell’adulto.

Ma un bimbo di due mesi non percepisce come un neonato, e a due mesi non percepisce gli stessi oggetti come li percepirà a sei mesi, e a sei mesi non ancora percepisce come percepirà quando avrà un anno.

Una percezione paragonabile a quella di un adulto, che cioè serva a orientarsi e a vivere nel mondo, deve essere imparata dal cervello, che deve organizzare progressivamente e in modo adeguato tutte le informazioni che gli “afferiscono”.

Una tale percezione viene a formarsi gradatamente, non prima dei due anni.

Per queste ragioni, quello che precede un maggiore apprendimento del cervello paragonabile a quello dell’adulto, non potrà essere ricordato, in quanto è un insieme non configurabile in un ricordo.

Potrebbe invece essere costituito da tracce dei mutamenti umorali biologici, quali quelli che caratterizzano le emozioni e gli affetti; tracce che nel neonato e infante non possono avere un carattere configurabile e riconoscibile come “percepito”, né poter assumere il carattere di coscienza, ma che tuttavia potranno produrre un qualche effetto nella struttura affettivo-emotiva che si costruirà nell’adulto e si esplicherà nelle sue condotte affettive emozionali interumane.

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[ Articolo aggiornato il 22/10/2022 ]