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Cosa si intende per “genere”?

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16 Gennaio 2023

[ Articolo aggiornato il 27/01/2023 ]

Si discute molto, attualmente, sul “gender”, inteso però non nel suo originario significato di identità strutturale profonda come fu definito (Robert J. Stoller: biografia su Wikipedia; il suo libro Sex and Gender. The Development of Masculinity and Femininity 1968, acquistabile su Amazon), bensì semplicisticamente basandosi su manifestazioni comportamentali che vengono siglate LGBT+ e vengono reclamate per un riconoscimento legale e sociale di un nuovo particolare “sesso”.

Se ne discute sul piano sociopolitico e giuridico, ma molto poco sul piano scientifico. Le discussioni sono infatti basate su quanto ogni singolo soggetto afferma su sé stesso e sulla sua richiesta di omologare ciò che afferma di sentire e di credere di essere, ad un “genere” nuovo e particolare rispetto alle due categorie genetiche maschio/femmina; le quali sono caratteristiche di ogni specie di vita fin dall’inizio della scala biologica.

C’è una confusione di base tra la natura, biologica e anatomica, e le credenze che un soggetto umano matura circa se stesso, il proprio carattere, i propri affetti, il proprio comportamento.

Esaminando se stessi, ci si può convincere di “essere” del tutto diversi, se non all’opposto, rispetto a quanto altri possano rilevare. Da oltre un secolo la psicoanalisi, e ora le neuroscienze, hanno mostrato come le capacità di coscienza, se rivolte a se stessi siano fallaci (vedi l’introduzione al mio recente volume “Coscienza, inconscio, memoria. Cinque saggi tra psicoanalisi e neuroscienze.”) Ogni persona può in buona fede affermare di aver maturato di “essere” in un certo modo, con quel che sente della propria identità. Ma perché dovremmo dar credito a quanto una persona dichiara di se stessa anche a livello sociale e giuridico?

Per assurdo, daremmo credito a una persona che si dicesse convinta di essere come Napoleone o di esserne un avatar e di comportarsi (se può) come crede che si comporterebbe Napoleone? Può fare quel che vuole, ma non può obbligarci a condividere le sue convinzioni.

Nelle discussioni (seppur son tali) non si tiene in alcun conto quanto la sessualità non si limiti ai comportamenti di accoppiamento dettati dal codice genetico per ogni specie animale, ma venga a strutturarsi anche quale elaborata dal cervello di ogni singolo animale: per l’homo sapiens ciò comporta un enorme sviluppo delle relative connessioni neurali con quelle di ogni altra capacità e attività acquisite dal singolo individuo.

Sappiamo oggi che “Nessuno ha un cervello uguale a quello di un altro”. La costruzione del cervello individuale è basata sulle esperienze del singolo, in particolare su quelle infantili, preverbali e non ricordabili (vedi Perché non ricordiamo niente dei primi due/tre anni della nostra vita?)

Questo significa che in ogni individuo prende forma una propria individuale struttura della sua sessualità, ma questo non significa che il genere, se inteso nella sua specifica accezione scientifica, sia cambiato: la genetica rimane la medesima, è l’evoluzione di quella mente che si è sviluppata in modo particolare (vedi post sul “Bodybrainmind”).

Un conto è il genere, altro conto il modo in cui ogni singolo individuo sviluppa una propria forma psichica e comportamentale della sua sessualità.

Sembra invece che si sia confusa la base genica di tutti gli umani con il modo singolo del loro sviluppo neuromentale, inclusa la sessualità: la confusione sembra coinvolgere anche persone competenti in campo sociale e giuridico prendendo impropriamente a prestito il termine “gender”, che a livello scientifico da un secolo ha dato origine a un’ampia e documentata ricerca scientifica, e usandolo in un significato arbitrario. Si usa una parola di risonanza scientifica per darle tutt’altro significato.

La difficoltà da parte del legislatore nel dirimere la questione reclamata per il riconoscimento di nuovi “sessi”, sembra essere alimentata da pregiudizi che agiscono sotterraneamente e che affondano le loro radici nella tradizione filosofica dell’Occidente (vedi “I pregiudizi sulla mente umana”).

C’è un primo pregiudizio, per cui si crede che l’introspezione possa cogliere l’effettiva organizzazione della propria mente e che questa dipenda, senza chiedersi il “come”, dal cervello, considerato semplicisticamente isomorfo alla mente: viene di qui l’idea che ciò di cui si è diventati convinti sia dovuto a una imprecisata “natura”.

Oggi, al contrario, sappiamo quanto la nostra introspezione, pur sincera e accurata —così ci pare— possa essere fallace rispetto a quanto crediamo di sapere di noi stessi; e che il cervello è tutt’altro che isomorfo alla mente, sì da poter invocare una qualche “natura”.

C’è inoltre un altro tradizionale pregiudizio: la credenza che la mente, cosciente, che si suppone arbitrariamente capace di cogliere la propria interiorità, sia anche libera di orientarla: è questo il pregiudizio del libero arbitrio, oggi all’indagine delle neuroscienze. Sotto le discussioni sulle richieste della comunità LGBT+ cova il pregiudizio che il soggetto abbia il potere di cambiare il suo “essere” a proprio arbitrio.

Fa da contorno a quanto sopra l’ignoranza dell’iter evolutivo che dalla perinatalità (il mio post “Cosa si intende per perinatalità”) porta alla sessualità della persona adulta.

I suddetti pregiudizi agiscono sotterraneamente anche in coloro che si dichiarano contrari alle richieste avanzate dalle organizzazioni LGTB+. Ciò impedisce un più documentato dibattito. Vi agisce una tenace negazione che il cervello svolga funzioni che sono in realtà al di fuori di qualsiasi consapevolezza dei soggetti interessati.

Si nega, in altri termini, che la mente e il cervello lavorino indipendentemente dalla nostra capacità di coscienza: l’inconscio, scoperto da Freud, è stato “dimostrato” dalle neuroscienze.

Il quadro delle credenze e dei pregiudizi sopradescritti trova infine l’appoggio di una convinzione errata quanto implicita nelle nostre organizzazioni sanitarie: che la sessualità sia una questione fisica, corporea, che non dipenda, almeno nell’uomo, dalla costruzione di una mente e quindi si possa rimodellare operando sul corpo, farmacologicamente o anche chirurgicamente.

Pregiudizi, false credenze, misconoscenze e loro incarnazione nelle nostre istituzioni sanitarie permeano la nostra attuale società e agiscono, paradossalmente, anche in coloro che, reputandosi normali secondo “natura”, imputano una qualche “patologia” alle persone LGBT+ e credono di poterle curare, così come si curano le “malattie”.

Così le diatribe sociogiuridiche possono continuare nell’ignoranza delle scienze psicologiche e delle neuroscienze, alimentate invece dai pregiudizi.

[ Articolo aggiornato il 27/01/2023 ]

Per approfondire

Nr. 147: La differenziazione dell’identità di genere, Rivista di Sessuologia, 1989

Nr. 187: Le origini della dimensione sessuale, Rivista di sessuologia, 2000

Nt. 287: Perché la sessualità? Piccin, Padova, 2010

Nr. 312: L’emozione sessuale: Psicoanalisi e neuropsicofisiologia di un’emozione negata, Liguori, Napoli, 2011

Nr. 355: Credenze e pregiudizi della cultura attuale sulla sessualità, Rivista di Sessuologia CIS, 2015

Nr. 377: Bodybrainmind, Mimesis. Milano, 2020

Nr. 382: Con quale coscienza esploriamo l’inconscio? in Nicolò et al. Franco Angeli, Roma, 2021

Nr. 383: Coscienza, inconscio, memoria, Mimesis, Milano, 2022

Puoi consultare anche:

Rivista annuale della Scuola Europea di Psicologia Funzionale, nr. 8 dicembre 2020: "Identità di genere e orientamenti sessuali oggi"

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